Un Nido Sempre Piu’ British …… In Una Scuola Molto British!

 

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PREMESSA: I bambini nascono mentalmente predisposti ad imparare una lingua: quella che sentono parlare nell’ambiente che li circonda. Si racconta che Shinichi Suzuki, violinista giapponese, amico di Einstein, tornato in patria dopo un soggiorno in Germania, negli anni trenta, annunciasse con grande enfasi ai suoi amici e compatrioti giapponesi: “Pensate che là, a due anni, i bambini sanno già il tedesco!”.

 

Ovvio, no? Non proprio, se pensiamo a quanti adulti, dopo aver dedicato anni allo studio di una seconda lingua, con metodi poco efficaci, hanno finito col gettare  la spugna nella convinzione di essere “negati”, oppure a chi ritiene di parlare benissimo, peccato che, non si sa bene perché, i madrelingua “facciano finta” di non capirlo.

 

L’esperienza del linguaggio inizia quando si è ancora nell’utero materno, lo dimostrano numerosi esperimenti scientifici, e quando, in I elementare, si comincia a scrivere e a studiare la lingua, si è già dei grandi parlatori, come sanno bene genitori e maestri dei bimbi “chiacchieroni”.

 

Eppure, nonostante queste esperienze siano sotto gli occhi di tutti, nonostante la frustrazione di parlare male e capire poco, anche dopo lunghi anni di studio e nonostante tutti dicano che studiare l’Inglese a scuola non basta per essere davvero capaci di parlarlo, si tende a fare come si è sempre fatto,  rimandando a quando si è grandi l’approccio con la seconda lingua.

 

Questo non succede all’Istituto Sant’Eufemia che, con coraggio e determinazione, ormai da qualche anno, ha deciso di cambiare rotta.

 

La collaborazione con il British Institutes, sede di Piacenza, è nata proprio con l’obiettivo di offrire l’ambiente favorevole allo sviluppo dell’Inglese come lingua seconda e di fornire gli strumenti che consentiranno ai bambini, una volta diventati grandi, di comunicare davvero e con efficacia in Inglese.

 

E’ un obiettivo, questo, che risponde ai dettami del consiglio d’Europa espressi nelle cosiddette Raccomandazioni come quella, per esempio, in sui si dice che è necessario:  “Attrezzare tutti i cittadini europei perché possano affrontare le sfide derivanti dalla più frequente mobilità internazionale e dalla più stretta collaborazione che si verificano non solo nel campo dell’educazione, della cultura e della scienza, ma anche del commercio e dell’industria” . Oppure, sempre nel preambolo alla stessa Raccomandazione, quando si dice che è necessario: “Evitare i pericoli che possono derivare dall’emarginazione delle persone che non possiedono le capacità necessarie per comunicare in un’Europa interattiva”.

 

Il mondo dei nostri figli è molto diverso dal nostro e l’accelerazione continua del cambiamento lo renderà sempre più diverso e in tempi molto brevi: per i nostri genitori sapere l’Inglese avrebbe cambiato di poco la loro vita; per molti adulti, oggi, fa la differenza; per i nostri figli sarà fondamentale.

 

Un bambino, quando entra al Sant’Eufemia, comincia a sentire parlare in Inglese fin dal nido d’infanzia, nell’ambito di un progetto appositamente creato per i bimbi molto piccoli.

A 3 anni, quando si diventa ‘Leoncini’, nella scuola dell’Infanzia, il metodo cambia per adattarsi alle nuove abilità sviluppate dal bambino, pur mantenendo costante gli elementi di gioia e di divertimento che consentono ai bambini di imparare divertendosi e in modo naturale, secondo un modello molto simile a quello che si verifica con la loro lingua madre.

 

Con l’ingresso alla scuola primaria il bambino, grazie al lavoro svolto, dispone già di un ricco vocabolario e, cosa che balza all’orecchio sentendolo parlare, di una competenza fonologica da parlante nativo. Eh sì, perché ha avuto il vantaggio di imparare i suoni della lingua prima di vederli cristallizzati in forma scritta e ha avuto al fortuna di essere esposto a questi suoni in un’età in cui era ancora in grado di riconoscerli.

 

Chi si è cimentato, da adulto, con la lingua inglese, sa bene quale scoglio sia la fonetica.  

 

La grande difficoltà a pronunciare suoni autentici in Inglese, per un parlante nativo italiano, deriva da un fatto molto semplice: non si può produrre un suono se non lo si riconosce. Al momento della nascita i bambini sono ascoltatori universali, ma questa meravigliosa facoltà comincia a ridursi già dai 7-8 mesi, a vantaggio di una maggiore specializzazione del cervello verso i suoni che rimangono nell’ambiente. La buona notizia è che se il bambino viene esposto ai suoni di una lingua che non ha mai sentito, il suo cervello, ancora duttile, è in grado di coglierne le sfumature e di farli diventare suo patrimonio, a patto che questo avvenga entro i 9 anni di età. Dopo i 9 anni, infatti, i suoni che non esistono nella nostra lingua madre cominciano a diventare un problema serio su cui lavorare duramente e, spesso, con esiti incerti.

 

I suoni non sono certo un problema per i bambini del Sant’Eufemia che, ormai giunti alla primaria, interagiscono con sicurezza e disinvoltura con l’insegnante madrelingua che si rivolge a loro esclusivamente in inglese.

 

E la grammatica? Quando si comincia con la grammatica? Fin da subito, naturalmente, fin dal nido, per il semplice fatto che i bambini possono ricavare le regole semplicemente ascoltando i parlanti, senza studiare e ripetere a memoria. A pensarci bene è così che accade anche nella lingua 1: la grammatica si conosce molto prima di quando si comincia a studiarla. Certo, alle elementari, parlare la lingua non è più sufficiente e si deve cominciare a scriverla. Ci sono le verifiche sullo spelling, sulla comprensione scritta e orale e anche sulla scrittura, ma è bello vedere che, per i bambini,  crescono le sfide, ma l’Inglese continua ad essere divertente.

 

IL PROGETTO: viene attivato da novembre a maggio con cadenza settimanale e prevede, per ogni giornata, mezz’ora di routine + un’ora di attività strutturata + mezz’ora di routine.

 

Le attività strutturate sono dello stesso tipo di quelle che i bambini svolgono in italiano con le loro educatrici e si basano sullo sviluppo delle abilità di apprendimento con riferimento ai quattro principali settori di sviluppo: cognitivo, fisico, sociale, emotivo. Solo che il tutto avviene in inglese. Messaggi chiari, concreti, immagini, molta gestualità e gioco di sguardi. Niente fretta, niente stress, possibilità garantita di stare zitti, se si vuole, da parte dei bambini. Canzoni, giochi simbolici, manipolazione.

L’importanza della routine: le due ore dell’incontro non possono essere totalmente dedicate alle attività strutturate, sia perché dopo 20 minuti di intensa attività il bambino ha un calo fisiologico di attenzione e sarebbe inutile insistere, sia perché occorre circondare il tempo delle attività con un tempo di diversa qualità. Sappiamo come la routine sia importante per i bambini molto piccoli: il ripetersi di azioni sempre uguali li rassicura e serve per orientarsi nel tempo. Consentire alla maestra di Inglese di partecipare e di entrare in questo territorio familiare fatto di preparazione della merenda, bavaglino, pasto, lavaggio di manine significa aprire quel canale affettivo che è il più importante presupposto per apprendere. La lingua assume significato grazie all’espressività e al portato emotivo di chi la parla: la maestra parla inglese mentre lo nutre, lo coccola, lo guarda e il bambino assorbe, insieme all’affetto, suoni, ritmo e grammatica delle frasi.

Conclusione: parliamo sempre e solo inglese perché il piccolo allievo ascolti e sintonizzi il suo canto, creiamo un ambiente incoraggiante dove fare errori è bene, siamo molto pazienti e ripetiamo tante volte la stessa parola, la stessa frase, lo stesso gioco perché sappiamo che il sentiero si traccia camminando e ripetendo; il sentiero tracciato nel nostro cervello diventa strada e autostrada. Troviamo giochi interessanti e divertenti che piacciono ai bambini. Ma la cosa più importante è che ci fidiamo. Abbiamo fiducia nel bambino e nella sua naturale propensione ad apprendere, nel suo impulso spontaneo ad agire e a conoscere. Per questo i bambini si fidano di noi!

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